Madiran e prossime scadenze

Ci ho pensato molto, prima di provare a mettere giù qualche riga, a cosa scrivere come primo post e devo dire che non è un’impresa facile. Mi sono detta che questo blog non è un diario dei giorni dei Vattelapesca ma piuttosto una specie di racconto-consiglio per chi come me, come noi, vive all’estero in una condizione precaria. Sì, precaria lavorativamente parlando, che poi il resto diventa precario di conseguenza ed è facile capire il perchè.

Io sono una dottoranda…..no, ormai dottore di ricerca (da fine novembre e ancora non ci credo) in pianificazione urbana. Ok, urbanisti lì fuori, no…non sono propriamente un’urbanista perchè in realtà ho una laurea specialistica in antropologia. Sì, amici antropologi, purtroppo però non posso neanche dirmi a tutti gli effetti un’antropologa data la mia frequentazione con i politologi o “relazioni-internazionalisti” durante la mia laurea triennale. Insomma, per farla breve sono precaria anche nella denominazione/definizione di ciò che sono professionalmente. Non che la cosa mi dispiaccia, però devo dire che per quanto possa suonare figo, non aiuta moltissimo nel trovare un lavoro.

Siamo precari, in Francia, un po’ di più di quanto non lo fossimo in Italia. Siamo venuti a Poitiers perchè avevo vinto un Marie Curie (per chi non è del settore accademico, il Marie Curie è un premio europeo sotto forma di un contratto da uno a tre anni, di solito, in un altro Paese rispetto a quello in cui si risiede. E’ un programma che promuove la mobilità dei ricercatori).Questo un anno e mezzo fa. Poi lasciamo stare che ero anche incinta di 7 mesi e sapevo che di lì a poco sarei dovuta andare in maternità. Con l’ingenuità di chi pensa che tutto sia migliore fuori dall’Italia, siamo partiti dicendoci che, intanto io avevo un signor Contratto di un anno e che Mattia (mio marito, n.d.r.) avrebbe di sicuro trovato qualcosa con il suo cv! Mattia quindi, da sant’uomo che è, lascia il suo lavoro in Italia (per carità non era a tempo indeterminato eh!) e passiamo il Frejus a fine agosto, con la nostra cagnolina, alla volta dei territori d’Oltralpe.

Per farla breve: la piccola Vattelapesca è nata su suolo francese (risparmio notevole di schei rispetto alla sanità italiana sia per il servizio offerto sia per il  risparmio di energie che ne è derivato); io non ho avuto indennità di maternità nè dall’Italia nè dalla Francia, Mattia ancora cerca lavoro e a me il contratto è scaduto…due giorni fa. Però….ALLEGRIA!

Ok, ok, non finirò questo primo post con negatività. Me lo ero giurato prima di cominciare a scriverlo. Dico solo che la precarietà continua ad accompagnarci, come fida e (ormai quasi unica) compagna di viaggio. Una precarietà che comprende anche il non sapere dove andremo a vivere tra…due mesi, però questo, almeno per il momento, lo viviamo come una sfida che ci stimola e come una specie di caccia al tesoro. Non sappiamo dove si trovi il tesoro e in fin dei conti non abbiamo neanche ancora capito in cosa consista, ma ci ostiniamo a cercarlo e a cercare in giro indizi e briciole di pane che ci mostrino il cammino.

Nel frattempo, a testa bassa, affrontiamo cumuli di application, tra un bicchiere di buon Madiran rosso e scagliettone di Grana, regalo dell’ultimo pacco ricevuto dall’Italia.

Vi terrò informati sulle prossime mosse. Disoccupazione, non ci avrai mai!

2 comments

  1. un abbraccio non ve lo toglie nessuno. siete coraggiosi e la piccola Vattelapesca lo sarà ancora più di voi.
    : )
    aggiungo poi alcune note che spero vi risultino utili.
    da medico (quindi, in un certo senso, da persona informata sui fatti), fatico a comprendere quale “notevole risparmio di schei” comporti la sanità francese rispetto a quella italiana, visto che in Italia tutto il percorso medico-diagnostico necessario alla gravidanza e al parto è gratuito.
    da dottore di ricerca che ha vissuto vent’anni fa la stessa precarietà che state vivendo oggi, mi sentirei un verme a non mettervi in allarme: non c’è nessun “tesoro” da cercare. l’idea che possa esserci un tesoro, e che la “migrantitudine” globalizzante sia lo strumento ideale per raggiungerlo è solo un’invenzione retorica partorita dalla “narrazione emotiva” neoliberista. visto che scrivi di frequentare dei “politologi” dovresti aver compreso che il sistema economico-politico teorizzato da Von Hayek (tanto caro alle élite dei paesi industrializzati) ha bisogno *più* di precari e disoccupati che di lavoratori. anzi, a voler dire le cose come stanno, precarietà e disoccupazione sono necessarie per mantenere sotto ricatto lavoratori sempre più schiavi.
    scrivi: “non finirò questo primo post con negatività.” ok, sono d’accordo, piangersi addosso è utile solo nella psicoterapia cognitiva, mentre per il resto lascia il tempo che trova. tuttavia, se vogliamo cambiare le cose o “sperare” in un futuro migliore, è inevitabile *iniziare* proprio dalle negatività: nel sogno internazionalista non è tutto oro quel che luccica, anzi, potrebbe essere che l’odore disgustoso che annusiamo nell’aria e che non riusciamo bene ad individuare sia proprio quello del “fogno”.
    in proposito, se non li conosci già (a volte non basta leggere per capire, bisogna proprio studiare!!), ti consiglio due spazi di approfondimento che meritano attenzione: quello del giurista Barra Caracciolo http://orizzonte48.blogspot.it/ e quello dell’antropologa Linda Armano https://lindarmano.org/category/anthropological-assistant/atelier-intellettuale-anthropological-assistant/
    bacioni a tutta la famiglia da un ormai vecchio padre di famiglia (e perdonami se ti sono sembrato “paternalista”: giuro che dietro alle mie parole c’è solo sincero affetto e viva preoccupazione).

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    • Innanzitutto…grazie mille per aver preso il tempo di commentare e di rispondere alle domande che erano nel background di questo post. Di sicuro andrò a farmi un giro sui due blog che indichi. Per quanto riguarda la questione sanità francese, intendevo che per lo stesso servizio che abbiamo avuto qui (un servizio extralusso, sembrava quasi di stare in un hotel e non in una maternità) in Italia avremmo pagato fior di quattrini. Avrei dovuto, in effetti, specificare meglio nella frase. Ad ogni modo, ci stiamo velocemente rendendo conto di ciò che tu dici, ma ancora pensiamo che valga la pena tentare fuori dall’Italia. Almeno non avremo la frustrazione, tipica del migrante che non ce l’ha fatta, di rientrare al paesello senza aver concluso nulla. D’altronde per noi, in questo momento, sarebbe più complicato tornare in Italia (dove non abbiamo nulla, neanche casa, solo i genitori) che tentare di nuovo, cambiando semmai Paese. Vedremo dove riusciremo ad arrivare!

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